Prèti, Mattia, detto il Cavalier Calabrese

Prèti, Mattia, detto il Cavalier Calabrese. – Pittore (Taverna 1613 – La Valletta 1699). Personalità complessa, ebbe una sostanziale organicità di stile. Il suo eclettismo apparente è dato, infatti, dal desiderio di raggiungere rapidamente larghi effetti decorativi sulla traccia dei Veneti dell’ultimo Cinquecento; l’elemento vitale del suo stile sta invece nel proporsi, con chiara visione pittorica, il fondamentale problema chiaroscurale, che, sulle orme del Caravaggio, attraverso G. B. Caracciolo (il Battistello), da un lato, e il migliore Guercino e il Lanfranco, dall’altro, rappresentò sempre la ragione prima della sua arte. Il suo luminismo si attua (anche attraverso complessi propositi di composizione) sempre più decisamente nelle tele raccolte, dove la costrizione dello spazio sembra intensificare nella fantasia dell’artista, nello stesso tempo, il valore chiaroscurale e il sentimento drammatico.

Quel che più conta in lui, è sempre una particolare esigenza di semplificazione, che, provenendo dalla riforma caravaggesca, assume attraverso il Battistello una materia pittorica più ricca, dal Guercino invece una mobilità di chiaroscuro, del tutto diversa, però, dalla stessa maniera del maestro. Una certa rudezza quasi paesana, unita a una spontanea larghezza di squadro nel comporre fanno comunque di lui uno dei più grandi pittori italiani del Seicento.

Vita e opere

Giunse a Roma (dopo il 1630) dove già si trovava il fratello Gregorio (Taverna 1603 circa – Roma 1672), anch’egli pittore, il quale rappresentò per il giovane Mattia il tramite per la conoscenza della pittura bolognese del Seicento. In un primo decennio d’attività pare che l’artista si fosse dedicato quasi unicamente al disegno, accanto alle fruttuose esperienze dell’affresco nella profonda comprensione del Lanfranco, della quale sarebbero rimaste in lui tracce sicure.  A Roma, tornato dalle sue peregrinazioni artistiche nel 1640, entrò in contatto con gli ambienti dell’aristocrazia e fu insignito del cavalierato d’ubbidienza dell’ordine gerosolimitano. Le prime opere dimostrano un’adesione al caravaggismo nell’interpretazione di B. Manfredi e del Valentin (Partita a dama, Oxford, Ashmolean Museum), presto arricchita dallo studio della pittura neoveneta e dall’interesse per l’opera di G. Lanfranco, Domenichino, Guercino (Incredulità di s. Tommaso, Vienna, Kunsthistorisches Museum; Clorinda libera Olindo e Sofronia, 1640-45, Genova, Palazzo Rosso; stendardo dell’abbazia di S. Martino, 1649, S. Martino al Cimino). Nel periodo 1640-45 è forse da collocarsi un viaggio di studio in Italia settentrionale e in particolare a Venezia, dove P. poté avere visione diretta dell’opera di Tiziano e P. Veronese. Degli anni Cinquanta sono importanti commissioni pubbliche (a Modena, affreschi in S. Biagio, 1652 circa). La sua nomina nella congregazione dei Virtuosi del Pantheon (1650) coincise con l’esecuzione degli affreschi monumentali del coro e della tribuna di S. Andrea della Valle a Roma, che sembra fossero terminati nel 1651. Accanto alle opere del Domenichino e del Lanfranco, le tre grandi pitture, che rappresentano il martirio, la crocifissione e il seppellimento di S. Andrea, s’impongono per solidità tutta nuova e larghezza di stile. La composizione in diagonale, sottolineata dai corpi, la scelta di semplici assi prospettici, la bella materia pittorica, l’ariosità delle scene sono elementi che pongono l’artista ben alto nell’arte del suo tempo. Nel 1653 si trasferì a Napoli, dove rimase fino al 1660; qui eseguì dipinti di matrice caravaggesca, mediata attraverso B. Caracciolo e M. Stanzione, e studiò l’opera napoletana di Lanfranco, in uno stile sempre caratterizzato dalla libera padronanza dei diversi linguaggi acquisiti (S. Sebastiano, Museo nazionale di Capodimonte; affreschi ex voto per la peste, 1656-59, bozzetti al Museo nazionale di Capodimonte; ciclo di dipinti in S. Pietro a Maiella, 1657-59 e in S. Lorenzo Maggiore, 1660). Lo stile maturo di P., in relazione reciproca con L. Giordano, fu fondamentale per lo sviluppo della pittura tardobarocca napoletana. Dal 1661, dopo un breve viaggio a Roma (affreschi della Stanza dell’Aria in palazzo Pamphili a Valmontone), fu a Malta, dove ottenne il titolo di Cavaliere di grazia dell’Ordine di S. Giovanni e divenne pittore ufficiale dell’Ordine (decorazione di S. Giovanni a La Valletta, 1662-66). Lavorò con grandissimo fervore: dipinse, con una preparazione a olio, direttamente sulla parete, l’abside, la vòlta e il lunettone della grande chiesa di S. Giochiesa per ottenerne più luce e maggior agio a dipingere, e vi raffigurò il Trionfo dell’ordine dei Cavalieri, scene della vita di S. Giovanni, protettore dell’ordine, e i principali martiri-cavalieri; inviò numerose tele da La Valletta in Italia, in Spagna, in Germania; venne incaricato dalle confraternite locali e da aristocratici committenti di dipingere i quadri d’altare per numerosissime chiese in città e nell’interno dell’isola. L’opera del periodo maltese, caratterizzata da una concezione barocca dello spazio e dall’uso di un luminismo diffuso e di un colore denso (Cristo in gloria e santi, Prado; Convito di Assalonne, Ottawa, National Gallery) si orientò nella fase tarda all’impiego di una tavolozza più ristretta (dipinti nella chiesa di Sarria, 1676-78, Floriana e nell’oratorio della Decollazione, 1683, S. Giovanni, La Valletta). Opere di P. si trovano in quasi tutte le gallerie del mondo: la sua facilità nell’impiantare larghe tele da cavalletto e la ripetizione di schemi compositivi, con lievi varianti, in più quadri, gli permisero di dipingere un enorme numero di opere di carattere monumentale e decorativo.

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