Addio a Mennea la “Freccia del Sud”

Pietro Mennea si è fermato in una mattina che saluta l’arrivo della primavera, lui che aveva legato la sua vita a immagini solari: come quella di Città del Messico quando in 19″72 portò il mondo della velocità avanti di 20 anni.

Diceva che la sua corsa non sarebbe mai finita. E invece Pietro Mennea si è fermato in una mattina che saluta l’arrivo della primavera, lui che aveva legato la sua vita a immagini solari: come quella di Città del Messico quando in 19″72 portò il mondo della velocità avanti di 20 anni. Una coppia di numeri diventati magici, e che per 17 anni lo resero l’uomo più veloce della terra.

Con la sua morte il mondo dello sport perde uno dei suoi campioni simbolo: la freccia del Sud, quel ragazzo bianco, esile, ma caparbio e tignoso come nessuno, si è spento in una clinica romana: avrebbe compiuto 61 anni il prossimo 28 giugno, ma un male incurabile è stato più veloce e forte di lui. Mennea non era forse un predestinato, non uno special one, non aveva le fibre giuste per diventare un campione, ma laddove il fisico non c’era interveniva l’abnegazione alla fatica e all’allenamento: vent’anni dedicati anima e corpo all’atletica e quei 200 metri corsi da imperatore nel 1979 alle Universiadi messicane: qualcuno malignamente ipotizzò che fosse stata tagliata la curva, perché quel 19″72 sul tabellone lasciò tutti a bocca aperta. Ma le immagini smentirono i critici e spazzarono via i dubbi degli invidiosi. E infatti il ragazzo di Barletta appena un anno dopo vinse l’oro sulla stessa distanza ai Giochi di Mosca, dopo una rimonta mozzafiato. “La fatica non è mai sprecata, soffri ma sogni. Per battere il tempo devi saper soffrire” ripeteva sempre il dottor Mennea, una pioggia di lauree, la carriera politica, quella di avvocato e commercialista, le battaglie come curatore fallimentare per i risparmiatori italiani nell’azione contro Lehman Brothers. Tutto dopo aver fagocitato per anni il tartan negli stadi del mondo. Una vita decisamente non “piatta” raccontava sorridendo prima di spegnere le 60 candeline: un traguardo a cui era arrivato con serenità, perché era sicuro che quella data gli apriva le porte per un’altra corsa. “Tutti i giorni ricomincio e riprovo una sfida nuova – diceva – la corsa non finisce mai, prima lo facevo in pista, adesso altrove. Io lo so, non mi fermerò mai”. Scriveva libri, ma non per rievocare quegli anni in cui l’uomo bianco sfidava e batteva tutti.

Cinque Olimpiadi e quel tandem cabalistico (i numeri del suo record la gente li gioca ancora al lotto) diventato un documentario: ma mai un peso nella vita di Mennea, che non amava guardare troppo indietro. Non era uno che poteva vivere di rendita, non se lo era mai potuto permettere. Nemmeno quando la potenza delle sue gambe, quanto quella della sua testa cocciuta e caparbia, lo aveva portato a diventare un campione. La Freccia del sud, come lo chiamavano in pista, quel ragazzino magrolino e “sfigatello” per usare le parole dello stesso Mennea sbarcato a Formia alla corte del maestro Carlo Vittori, aveva scombinato le previsioni di tutti. Coach compreso. “se avessi avuto il fisico di Bolt i miei record sarebbero stati altri – ricordava Mennea che pure al giamaicano aveva dedicato il suo 24/o libro – ma madre natura con me non era stata troppo generosa. Io ho costruito tutto sull’allenamento, la fatica, la dedizione”. Già, le sue compagne in quelle interminabili giornate divise tra palestra e ripetute senza fine. “Dalla vita non puoi avere tutto, e allora compensi con altro…” raccontava, con la consapevolezza di chi sa di aver portato cuore e gambe oltre l’ostacolo”. Quando lo incontrò, Cassius Clay, il mito del ring, sgranò gli occhi: “E che l’uomo più veloce della terra è bianco?” gli disse il pugile. “Ma io dentro sono più nero di te…” gli rispose con la battuta pronta il giovane Mennea. Di strada Pietro di Barletta ne aveva fatta tanta, anche quando le piste non erano più le sue: a Londra Sebastian Coe, per i Giochi della scorsa estate, gli ha voluto dedicare una fermata della metro. Perché Mennea è rimasto per tutti un campione, un uomo normale diventato speciale. “Nello sport si deve vincere, ma poi conta vincere nella vita – diceva con la saggezza che anche la fatica dell’atletica gli aveva donato – e quella è la corsa più difficile”. E in sé aveva la certezza che come scriveva Nazim Hikmet “il più bello dei nostri mari é quello che ancora non navigammo”. “La prova più importante deve ancora arrivare” il suo lieve epitaffio. Eppure le sue gare sono finite. Ha ragione l’eterno rivale Borzov: stavolta è stato troppo veloce.

GAZZETTA DEL SUD.IT

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