Latino sì o latino no? «De bello civili»…

Ferve il dibattito sull’ “utilità” e la forma degli studi classici: la Gazzetta ha chiesto il parere di docenti, intellettuali e studiosi. Ma anche dei giovani. Gli avversatori della “lingua morta” contro i sostenitori della necessità di conoscere le radici del nostro mondo.

Paola Mastrocola in un bel romanzo intitolato “Una barca nel bosco” (Guanda, 2003, Premio Campiello 2004)racconta di Gaspare, figlio di un pescatore e studente di liceo scientifico (e non classico come avrebbe voluto) con la passione del latino. Ma il successo nella materia preferita lo emargina rispetto al piattume della classe, così Gaspare deve “adeguarsi”; e pure la scelta universitaria, Giurisprudenza, seguirà logiche “pragmatiche”, anche se il ragazzo potrà laurearsi con una tesi sul poeta tardo-latino Rutilio Namaziano perché la cattedra di Diritto Romano è interessata alla tarda antichità. Cosa che non gli impedirà di fallire nei suoi progetti lavorativi (bocciato adunconcorso si ritrova a lavorare in un bar); ma intanto, sin dagli anni del liceo, ha maturato una grande passione per piante e alberi con cui riempie la casa dando un nuovo senso alla sua vita. Romanzo generazionale ambientato nel mondo della scuola, “Una barca nel bosco” ha un forte simbolismo, proprio per quelle radici cui Gaspare è fortemente attaccato e che includono lo studio del latino. Sì,maa cosa gli è servito studiare una lingua morta? Per la stessa Mastrocola imparare il latino è costruire i mattoni della nostra “casa”, anzi, per non discriminare e per assicurare una migliore competenza linguistica si dovrebbe “imporlo” alla scuola dell’obbligo di tutti gli indirizzi scolastici. Un’operazione “democratica”, perché rendendolo facoltativo sarebbero proprio le classi più emarginate a non sceglierlo. Stefano Bartezzaghi risponde: «Perché studiare il latino migliora la vita» (la Repubblica, 18/03/13) prendendo spunto dalla lettera aperta di un padre simile a quello di Gaspare, un genitore preoccupato perché il figlio si lamenta di non aver potuto fruire delle ore previste di latino in un giorno scolastico. Latino sì o latino no, dunque? Il dibattito infuria, una vera “guerra” (“De bello civili”, direbbe Cesare) che contrappone fieri avversatori della “lingua morta”che sottrarrebbe ore preziose di pubblica istruzione alle materie scientifiche e alle lingue a fieri sostenitori della necessità di studiare, col latino e attraverso il latino, le radici stesse del nostro mondo di idee, di parole, di identità. Vecchia questione quella del latino, se persino Giovanni Pascoli, forse il più grande poeta latino della modernità, ne dava conto al ministro dell’Istruzione Ferdinando Martini, che nel 1893 lo aveva invitato a far parte di una commissione che si occupasse di «quali potessero essere le cagioni principali dello scarso profitto del latino nei ginnasi e nei licei». Il fanciullo – scriveva il poeta –al suo primo entrare nel ginnasio prova uno stordimento dal quale spesso non si riavrà mai; e poi le scuole italiane sono affollate di troppi giovani che non hanno attitudine alcuna agli studi classici. E inoltre –continuava Pascoli –spesso il docente soffoca la parola dello scrittore sotto la grammatica, la metrica, la linguistica. Logico che i più si annoino ricorrendo ai traduttori perché anche nei licei «la grammatica si stende come un’ombra sui fiori immortali del pensiero antico ». Conclusione è che «il giovane esce,comepuò, dal liceo e getta i libri, mentre le famiglie che pur condussero per mano il fanciullo alla nostra scuola, senza fede nell’umanità dei nostri studi, ma solo per giungere al “titolo” e alla “posizione”, le famiglie malcontente giustificano il malcontento del giovane che perde il tempo con noi». Come rimedio Pascoli consigliava di non incominciare lo studio del latino se non dopo che il professore si fosse assicurato della sintassi della frase italiana e che la grammatica desse la chiave dell’interpretazione, ma stesse, quando non necessaria, in disparte. E poi molto esercizio a memoria e molte letture. Dunque, un latino “vivo” come quello che pare avere successo tra i bambini francesi con un noto libretto per l’infanzia, “Le petit Nicolas”, ideato da Renè Goscinny con i disegni di Jean-Jacques Sempè. “Pullus Nicolellus” che grazie alla traduzione di Elizabeth Antebi e Marie-France Saignes ha spopolato all’VIII Festival europeo di latino e greco svoltosi nel marzo scorso a Lione, è parente stretto di “Regulus”, “Il Piccolo principe” che dona le sue pillole di saggezza in latino in un grazioso volumetto delle Edizioni Harvest book, ma “manifactured in China”. Nostalgia di Asterix, la storica striscia a fumetti apparsa per la prima volta nel 1959, su sceneggiatura di Goscinny e disegni di Uderzo? Pare proprio di sì, se la moda dei fumetti in latino, a cominciare da “Iuvenis”, ha conquistato anche la Rete. Su questo tema così attuale la Gazzetta del Sud ha richiesto un parere a intellettuali, studiosi e scienziati, senza trascurare anche l’opinione dei giovani, quelli appena usciti da cicli di studi classici e che, magari pur avendo scelto tutt’altro, ritengono «irrinunciabile » l’impronta umanistica. 3 (1continua)

Patrizia Danzè

GAZZETTA DEL SUD.IT

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