La rete tra i musei salva i piccoli

Funziona la condivisione di comunicazione, siti web e social network

 

«Hipsters in Stone» (2013) è il progetto del fotografo francese Leo Caillard (1985) che ha contaminato (con il digitale) la classicità del passato. Sopra un lavoro di Caillard dal sito www.feeldesaign.com

«Hipsters in Stone» (2013) è il progetto del fotografo francese Leo Caillard (1985) che ha contaminato (con il digitale) la classicità del passato. Sopra un lavoro di Caillard dal sito http://www.feeldesaign.com

Insieme hanno dato vita a nuovi cataloghi e guide, organizzato più mostre ed eventi, messo a disposizione servizi multimediali e attività didattiche. Fino ad aumentare il numero di visitatori e ottenere maggiori finanziamenti pubblici. Effetti positivi della collaborazione rispetto all’isolamento, specie in tempi di crisi. È quanto accaduto ai musei italiani che hanno scelto di unirsi in sistema piuttosto che restare enti individuali, mettendo in comune competenze e risorse economiche.
Il quadro emerge dalla ricerca «I sistemi museali in Italia» curata per Aspen Institute Italia dall’Università Iulm di Milano e anticipata al «Corriere della Sera» (la versione integrale è disponibile da oggi su http://www.aspeninstitute.it).
Lo studio, durato dieci mesi (dal settembre 2012 al luglio di questo anno), si è concentrato su tredici casi campione, da Torino Musei al Sistema museale della Provincia di Mantova ai Musei Piceni. Esempi tutti di «sistemi territoriali». Vale a dire reti di musei che si trovano in una stessa zona (da una singola città a una regione) e condividono un progetto, regole e obiettivi per migliorare le proprie attività e valorizzare il territorio stesso.

 

Una strategia nata a partire dagli anni Novanta (nel 1990 fu istituito il Sistema museale dell’Umbria, nel 1997 quello della Provincia di Ravenna) ma che accelera oggi per la crisi economica e il taglio dei fondi. Confermano i responsabili dei sistemi museali coinvolti nello studio che una delle principali spinte a fare rete è il contenimento dei costi. Molti musei di piccole dimensioni, inoltre – aggiungono – non sarebbero sopravvissuti se non si fossero «alleati» con altri. «Le scelte strategiche non devono nascere dalle emergenze ma non c’è dubbio che le crisi abbiano spinto all’aggregazione» spiega Giovanni Puglisi, rettore dello Iulm e presidente della Commissione nazionale italiana per l’Unesco. «Crisi, al plurale – precisa – perché non c’è solo quella economica ma anche quella delle priorità politiche. Patrimonio, territorio, turismo, devono essere strategici. Ma un decreto cultura è arrivato solo con l’attuale governo».

Attivi nel nord e nel centro Italia i sistemi analizzati nella ricerca, perché – si legge nel testo – in quelle aree «il fenomeno ha conosciuto finora uno sviluppo maggiore». «Per quanto la cultura debba essere una priorità – osserva infatti Puglisi -, il Sud ha avuto finora problemi così cogenti da impedirgli di affrontare la questione dei sistemi museali. Si pensi solo all’Ilva di Taranto». Il rettore dello Iulm è però convinto che, in prospettiva, il modello dovrebbe diventare nazionale. «L’immagine – spiega – è quella dei cerchi concentrici che provoca una pietra gettata in un lago: si parte da network più piccoli da creare in diverse zone di tutta Italia fino all’anello più esterno di una strategia nazionale».
Perché, secondo lo studio commissionato dall’Aspen, nonostante alcune criticità, il metodo ha numerosi vantaggi. I casi analizzati mostrano che i sistemi di musei condividono in particolare attività di comunicazione esterna, soprattutto di tipo multimediale: creazione di siti web e marchi collettivi, profili comuni sui social network, rapporti con la stampa e possibili finanziatori. Progetti congiunti vengono sviluppati anche nell’ambito della didattica, da semplici pubblicazioni all’organizzazione di laboratori e percorsi sia reali che virtuali.

niziative che innescano un circolo virtuoso. Cresce il numero di visitatori (quello di Torino Musei, ad esempio, è più che triplicato in dieci anni). Così come la visibilità. E, dunque, la possibilità di ottenere contributi pubblici, interloquendo con gli enti locali o partecipando a bandi europei. È soprattutto quest’ultimo, finora, nota la ricerca, il principale vantaggio di tipo economico mentre «la costituzione dei sistemi museali non ha consentito di aumentare particolarmente i ricavi da biglietteria e servizi vari, né i contributi da privati». Poco condivise risultano, inoltre, attività come la ricerca e la conservazione delle collezioni, l’amministrazione contabile e la gestione del personale.
Ambiti che potrebbero però essere potenziati. «Il maggiore coinvolgimento dei privati, ad esempio, è una prospettiva, ma va regolamentato, non devono essere lasciati come cattedrali del deserto» suggerisce Puglisi.

Dalla ricerca arriva anche il consiglio di allargare la sinergia tra le reti di musei ad archivi, biblioteche, gallerie, centri di ricerca e università. Così come di creare sistemi dalle strutture flessibili e non burocratiche, che siano in grado di passare da un progetto all’altro cogliendo di volta in volta finanziamenti appositi (ragioni queste ultime per cui, tra le attuali due forme giuridiche previste per i sistemi museali, la «fondazione» e la «convenzione», la prima viene indicata come più efficace).
Necessario, infine, personale specializzato. «In Italia si tende a pensare che tutto possa essere fatto con l’esperienza – nota Puglisi -. In un’ottica di sistema, invece, non servirebbero ad esempio generici storici dell’arte ma quelli con competenze specifiche: dal marketing al turismo alla valorizzazione urbanistica. La stessa formazione universitaria andrebbe ripensata, rendendola mirata, per creare le figure professionali di cui c’è veramente bisogno». Perché, alla fine, salvare i musei riunendoli in sistema vuol dire anche preservare i posti di lavoro e poterne creare di nuovi: un circolo virtuoso.

CORRIERE DELLA SERA.IT

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