La disonestà aguzza l’ingegno

INDAGATI I NESSI FRA INGANNO E TALENTO

dicaprio-600x399Che cosa lega Jordan Belfort, finanziere interpretato da Leonardo DiCaprio in The Wolf of Wall Street, e Walter White, protagonista della serie tv Breaking Bad? Entrambi, ingegnosi e abili ingannatori, sono geni del male: evil genius, per usare la definizione di Francesca Gino, docente di Decision Making alla Harvard Business School e ricercatrice presso la Mind, Brain, Behavior Initiative sempre di Harvard. «L’immagine del genio del male — spiega a “la Lettura” — è pervasiva. La troviamo nei film, nei racconti, nei fumetti. Penso a Cadel Piggot, il bambino protagonista del romanzo dell’australiana Catherine Jinks (Evil Genius, appunto, del 2005, ndr). Ha un dono particolare per il pensiero creativo e inventa un mondo fantastico basato sulla menzogna, pieno di frodi, finzioni e computer hacking. Oppure a Rotwang, lo scienziato di Metropolis, il film del 1927 di Fritz Lang, o al personaggio dei fumetti “Lex” Luthor. Ma anche al finanziere criminale Bernard Madoff».

E proprio a partire dal fantasioso schema di Ponzi di Madoff — la tecnica alla base della famigerata truffa finanziaria, ideata per la prima volta da Carlo Ponzi negli anni Venti del secolo scorso — Gino e Scott Wiltermuth della University of Southern California hanno cominciato a indagare il rapporto tra creatività e disonestà, arrivando alle conclusioni pubblicate lo scorso febbraio dalla rivista «Psychological Science».

Inganno e ingegno vanno spesso a braccetto. Non solo chi pensa fuori dagli schemi è più originale e disonesto di chi non lo fa, come avevano dimostrato gli esperimenti condotti nel 2012 dalla stessa Gino con Daniel Ariely, della Duke University. Ma è vero anche il contrario: barare rende le persone più creative. Gino e il suo team di ricercatori hanno sottoposto più di 700 studenti a cinque diversi esperimenti, pensati per mettere alla prova la tendenza a mentire e per misurare la loro originalità. «Abbiamo prima chiesto alle persone di autovalutarsi in un gioco matematico — racconta — per concedere loro l’opportunità di gonfiare i risultati della propria performance. La seconda esercitazione consisteva nell’eseguire un compito in apparenza non correlato: davanti a un insieme di tre parole — malanno, spalle, sudore — avrebbero dovuto aggiungere la quarta, legata a ciascuna delle precedenti. In quel caso la parola era «freddo»: malanno dovuto al freddo o al raffreddamento, la freddezza di chi ci ignora dandoci le spalle, il sudore freddo. Il compito serve a verificare l’abilità di un individuo a identificare quelle che vengono chiamate associazioni remote.

Il risultato? Circa il 59% dei partecipanti ha barato nel primo test. Chi lo ha fatto, inoltre, ha anche dimostrato un incremento di creatività nell’esercizio successivo. «Il comportamento disonesto e quello creativo — continua Gino — hanno qualcosa in comune: coinvolgono entrambi la rottura delle regole».

Ecco perché siamo tutti individui «moralmente flessibili» o, per usare le parole di Ariely, abbiamo un codice morale simile a quello di un computer difettoso, pieno di bug, buchi. Se, infatti, per decadi la ricerca psico-sociale ha considerato le persone come «portatrici sane di etica», capaci di attribuire grande valore all’onestà e di confidare nella propria, in realtà «ci battiamo — sottolinea la ricercatrice — per mantenere una immagine positiva di noi stessi. Ma esistono forze sottili e profonde che ci deviano dai nostri sé morali. Anche chi riconosce grande valore alla moralità può assumere comportamenti immorali e autoconvincersi che non lo siano. La creatività, o l’abilità di inventare storie, potrebbe fornire alle persone i mezzi necessari per giustificare certi comportamenti ancora prima di commetterli». In altre parole: prima di ingannare gli altri, siamo bravi a farlo con noi stessi. Un’idea condivisa anche da Ian Leslie, commentatore politico e autore di Bugiardi nati. Perché non possiamo vivere senza mentire (Bollati Boringhieri, traduzione di Barbara Del Mercato, pagine 290, € 22,50): «Siamo cantastorie di natura — ha scritto su Moreintelligentlife. com — e spingiamo la nostra capacità narrativa al di là dei confini dell’esperienza, forzando il guinzaglio che ci incatena alla realtà. È meraviglioso: deriva da qui la nostra capacità di concepire futuri alternativi e mondi diversi».

Mentire, quindi, è una sorta di necessità evolutiva: lo facciamo quasi tutti — il 60 per cento delle persone, secondo una indagine del 2002 dell’università del Massachusetts, dice almeno una bugia durante una conversazione di 10 minuti — e lo ripetiamo spessissimo (circa 1,5 bugie al giorno secondo la psicologa americana Bella DePaulo, autrice di The Hows and Whys of Lies, 2010). Ingannare, però, non è una prerogativa umana. Anche le scimmie mentono ai propri simili. Lo dimostrano gli studi empirici dello scienziato Richard Byrne, il quale, racconta Volker Sommer nel libro Elogio della menzogna. Per una storia naturale dell’inganno (Bollati Boringhieri, 1998), ha studiato gli inganni dei babbuini ai danni di loro simili: fingono un’aggressione per distrarre gli altri animali dai propri intenti — un attacco, il furto di un tubero. Insomma, aveva ragione Marlon Brando: in Lying for a Living, una serie di video a cui il celebre attore stava lavorando prima della morte, spiegava il valore della bugia e vantava, di fronte a un pubblico di apprendisti, tra cui Leonardo DiCaprio e Sean Penn, grandi doti di mentitore: «Se puoi mentire, puoi recitare», diceva Brando. Ecco una ragione in più per seguire il consiglio di Leslie: quando vostro figlio a tre anni dice una bugia fategli un applauso. Sta sviluppando la propria creatività.

Francesca Gino, però, mette in guardia di fronte all’elogio dell’inganno. «La menzogna, la frode, i comportamenti immorali — conclude — sono tra le più grandi sfide personali e sociali del nostro tempo». Mentre, infatti, ci scandalizziamo di fronte a pochi casi estremi, come la vicenda Madoff, sottovalutiamo i più diffusi comportamenti illeciti. «Il mio lavoro — continua la professoressa — mostra come spesso persone buone possono commettere azioni cattive». Non siamo, però, destinati alla frode. La biologia non ce la impone. Possiamo scegliere, invece, come usare la creatività, slegandola dalla disonestà. E per farlo abbiamo uno strumento magico: l’educazione. «I genitori possono usare ogni occasione per insegnare ai propri figli a essere persone buone, così l’etica potrà diventare parte del loro Dna. Se la moralità diventa un elemento chiave della nostra identità, allora possiamo usare la creatività per trovare soluzioni innovative e grandi idee senza varcare i limiti dell’etica». E divertirci, così, con la fantasia. Senza per questo, però, diventare geni del male.
Twitter @fedecolonna

Federica Colonna

CORRIERE DELLA SERA.IT

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