Cultura è…..

Ogni popolo attraverso l’umanità produce cultura, ovvero manifesta la sua attività creatrice e spirituale tramite le forme culturali che sono quelle dell’arte, della scienza, della lingua, della religione e della storia. Ciò significa che pur se la cultura è una, molteplici sono le forme per mezzo delle quali essa si dà, si esprime, rivelando dunque che l’uomo è, prima di tutto, un animale culturale, capace di innovarsi e rinnovarsi, distinguendosi così proprio dagli altri esseri viventi con i quali condivide l’esperienza della selezione. Infatti, se i caratteri vengono trasmessi, è pur vero che stessa sorte tocca alle conoscenze e alle informazioni le quali, quando sono superate e risultano inadeguate per risolvere i nuovi problemi e per far fronte ai bisogni emergenti, divengono obsolete, non bastando più.

La capacità di riflettere e di operare attivamente tramite il ragionamento e il pensiero connotano la natura umana (F.Boas), capace di rendere le stesse idee fulcro della storia, pur avendo anche esse una storia se è vero che sono state create e si sono modificate per divenire nel tempo superate.

Se l’uomo, o meglio l’intera umanità, produce la cultura, vuol dire che questa cultura non è altro che tutto ciò che l’uomo ha fatto e ha detto nel corso dei secoli. La cultura, infatti, è il risultato di una serie di processi e di meccanismi che si intersecano, attraverso le conoscenze, le credenze, l’arte, il diritto, la morale, il costume, le capacità e le abitudini consolidate (E.B.Taylor).

Gli artefatti umani, le opere d’arte, ma anche le stesse tradizioni, le teorie e le argomentazioni, risultato di un atto volontario di pensiero e di riflessione, costituiscono la cultura, quel Mondo 3 di cui parlava Karl Popper, distinto, ma non per questo distaccato e lontano dal Mondo 2, proprio del pensiero e delle esperienze soggettive, e dal Mondo 1, formato dai sistemi materiali quali le cose, dunque gli oggetti.

Il mondo è creato dall’uomo grazie alle capacità che possiede e che lo rendono unico, differente pertanto dalle altre forme di vita esistenti nel grande universo. E’ infatti per mezzo delle funzioni descrittive e argomentative che l’uomo, con il linguaggio, attribuisce un nome alle cose e le fa “vivere”, costruendo inoltre sistemi e simboli con i quali ad un oggetto corrisponde un significato e, perciò, un messaggio significante.

La cultura, inoltre, rivela il potere che l’uomo ha di creare e di modificare l’ambiente naturale, quello nel quale è immerso e su cui ha sempre cercato di imporsi, secondo il motto baconiano per cui “sapere è potere”. Se conosceremo la natura potremo prevenire certi effetti e potremo anticipare e scongiurare pericoli ai quali è comunque esposta l’umanità. La costruzione di edifici, fabbriche, infrastrutture ed armi, dimostra come l’uomo sia abile nel trasformare a proprio piacimento la natura, creando di fatto un ambiente artificiale nel quale dominano numerosi sistemi simbolici che, ricorda Lévi-Strauss, hanno comunque una propria struttura ed organizzazione.

Ogni cultura si caratterizza per i valori che accredita e che contribuiscono a regolare il comportamento personale, valori che pertanto possono cambiare nelle loro sfumature ma che legittimano per la propria valenza un riconoscimento universale (pace, giustizia, bene, fratellanza, solidarietà, libertà e amore). Se la cultura “è il prodotto della capacità creativa dell’uomo” (D.Bidney) essa trova espressione solo in un reale clima di libertà, premessa per un cammino positivo dell’intera umanità che potrà autoesprimersi e crescere nel percorso di conquista del bene comune, un bene che sarà tale solo se condiviso e razionalmente voluto da tutti.

Anche la società, allora, essendo un prodotto dell’uomo, manifesta cultura e rappresenta concezioni di valore.

Apertura, valorizzazione del soggetto, capacità di adattarsi e di fornire così risposte ai nuovi bisogni, nella consapevolezza dei problemi emergenti, contraddistingueranno una società democratica, nella quale i cittadini prenderanno insieme le decisioni più importanti, nella quale si produrranno discussioni intelligenti che consentiranno ad ogni cittadino di crescere in responsabilità e maturità. E’ la “società aperta” di cui parla Popper a doversi configurare realmente, prevalendo su quella chiusa nella quale i cittadini, uniti da vincoli semi-biologici di parentela e clan, restano succubi delle ideologie, assumendo un atteggiamento acritico, di conformismo e di chiusura verso il cambiamento, invece da sfidare con le armi della conoscenza e della stessa cultura, una cultura che non prevede margini ai tabù magici e ai pregiudizi. Ciò non significa rifiutare la tradizione, si tratta, piuttosto, di avere una posizione che non essendo né di chiusura né di accettazione passiva, invita ad un “ossequio critico” (K.Popper) che si traduce in rispetto, costruttività, impegno e critica di quanto non funziona.

La tradizione crea comunque dei sistemi di riferimento, poiché le informazioni e le conoscenze si tramandano e si passano fra le generazioni le quali, pur rispettose nei confronti del passato, hanno l’impegno di guardare avanti per incentivare autentiche forme di promozione umana.

Noi stessi facciamo parte della tradizione, ne siamo immersi, non dobbiamo pertanto pretendere di rimuoverla completamente facendone tabula rasa, semmai occorre saperla interpretare, attraverso un’intensa e feconda attività ermeneutica la sola capace di far comprendere che la tradizione, come diceva Gadamer, testimonia la storia della nostra stessa esistenza.

La riflessione sull’innovazione offre spunti e nodi teorici molto importanti a cui non è concesso sottrarsi, perché pone delle questioni che restano pur sempre aperte, essendo dei problemi in movimento che, tuttavia, richiedono esercizio critico razionale, impegno questo doveroso, ricordando l’agire e l’etica intenzionale quale obbligo di tutti (Habermas).

Si tratta, allora, di riflettere sulla realtà, essere attenti osservatori, abili anche nel ragionare sui paradossi (Lyotard), quali sistemi aperti che sollecitano una misurazione con la complessità.

La complessità, con le sue “vie” (E.Morin), investe le intere conoscenze e gli stessi valori non risparmiando neppure quelle oasi di apparente semplicità e certezza. La scienza e la metafisica non paiono più capaci di dare risposte esatte, perché lo stesso progresso invita al riconoscimento degli errori, come la pretesa di fornire una risposta unica, inconfutabile, non soggetta a prove e revisioni. Gli errori ci sono sempre e la sola consapevolezza non ci terrà al riparo, non sarà sufficiente per evitarli, perché anche la logica e la ragione non possono avere tale pretesa, altrimenti peccherebbero di superbia, motivando un nuovo illuminismo che non può reggere il passo con la crisi propria della postmodernità, non essendo in grado di fornire soluzioni e semplificare quella iper-complessità che, invece, contrassegna l’esser-ci dell’uomo postmoderno.

Anche laddove pare dominare omogeneità e uguaglianza, regna la differenza (G.Deleuze) che anima il caos, genera disordine, non linearità, incertezza e imprevedibilità, ed anzi forse è proprio questa consapevolezza della “liquidità” della società e dei suoi valori (l’amore ad esempio), prospettata da Z.Bauman, a rendere l’uomo sempre più irrequieto e in stato di precarietà, una precarietà che trova la sua radice nella complessità e quindi nella poca chiarezza e solidità di punti di riferimento.

Ecco allora che non bastano più la sola tradizione o l’innovazione a dare risposte di senso, a fare chiarezza, ad orientare un’esistenza di valore che potrà invece trovare un appiglio, un punto di luce atto a rischiarare il cammino dell’umanità, nel costante dialogo fra il vecchio e il nuovo, fra il passato e il presente che solo se  in costante riferimento fra di loro potranno suggerire all’uomo verso quale criterio e orientamento guidare la sua vita, in una “fusione di orizzonti” (Gadamer) che lascia ancora sperare in una “nuova aurora” (G.Acone)

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